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E/ quarantacinque
 
Quando si parla di E45 dobbiamo pensare ad un asse viario misto di classe A, che attraversa il continente europeo da nord a sud, dalla Norvegia all'Italia. Il percorso complessivo è di 5.190 km, e si snoda attraverso i territori di Finlandia, Svezia, Danimarca, Germania, Austria e Italia. L'asse è misto, autostradale, stradale e marittimo. L'itinerario comprende due attraversamenti marittimi mediante traghetti, il primo tra Svezia e Danimarca, il secondo tra la parte continentale dell'Italia e la Sicilia. Il progetto si concentra su un tratto specifico di questo asse viario, lungo circa 70 chilometri e denominato nello specifico Strada Statale 3 bis (SS3 bis), che percorre il territorio della valle del Savio, attraverso l'appennino Tosco-Romagnolo, partendo da Sansepolcro, in Toscana, fino a Mercato Saraceno, in Romagna. Venendo da Orte attraversando la valle del Tevere, e fino all’ingresso in Toscana, presso Sansepolcro, la strada corre quasi sempre in pianura senza particolari difficoltà. Salendo dolcemente di quota costeggia il lago artificiale di Montedoglio e il paese di Pieve Santo Stefano. Al confine con la Romagna inizia il tratto più impegnativo: passata Valsavignone la strada sale verso i valichi di Verghereto (850mt s.l.m.) e Monte Coronaro (865mt. s.l.m.), per poi gradualmente scendere verso Cesena attraversando i paesi di Bagno di Romagna, San Piero in Bagno, Sarsina e Mercato Saraceno.Il tracciato, costruito tra la fine degli anni settanta e la prima metà degli anni ottanta del 1900 è attualmente l’unica alternativa per attraversare l’appennino tosco/romagnolo se si viene dall’Umbria, visto che la vecchia SS3 Tiberina, costruita durante il ventennio fascista ampliando tratti di un percorso viario ben più antico, è in parte crollata e chiusa al traffico dal 1995. Il fatto che il piano stradale si trovi ad un’altezza compresa tra i 600 e i 900 metri di altezza sul livello del mare, attraversando una zona boschiva montuosa che nel punto più alto raggiunge i 1658 metri s.l.m. (monte Falco), crea non poche complicazioni per mantenerla operativa e sicura, vista anche la presenza di molti viadotti, il più lungo dei quali supera i 1000 metri di lunghezza. Fin dall’inizio questo tratto stradale è stato la causa di molti conflitti tra cittadini e istituzioni: se da un lato ha dato al territorio la possibilità di essere raggiunto più agevolmente, incrementandone la mobilità, dall’altra la costruzione di un’opera di tale portata ha creato non pochi malcontenti per via del suo impatto su un ecosistema molto delicato e delle difficoltà manutentive che creano continue interruzioni alla circolazione, uno su tutti il caso del viadotto Savio (uno dei più lunghi, indispensabile per superare la vallata tra Valsavignone e Canili) che nel gennaio 2019 è stato chiuso per pericolo di crollo dalla procura di Arezzo al traffico pesante e ridotto a due corsie per quello leggero. Il territorio appenninico, che per secoli aveva vissuto di allevamento transumante e di una ristretta attività agricola, essendo un area in prevalenza boschiva e alquanto impervia, nei primi anni del dopoguerra, non riuscendo a beneficiare del boom economico proprio per la mancanza di infrastrutture e collegamenti, si era trovato ad affrontare (come molte altre simili zone in Italia) un progressivo spopolamento in favore dei centri abitati posti a valle (Bologna, Forlì, Cesena, le città della costa adriatica, etc.). Se la costruzione di una strada di questo tipo ha dunque, sicuramente, portato dei vantaggi dal punto di vista economico, agevolando la crescita della piccola e media industria, e la valorizzazione di alcuni luoghi a livello turistico (si veda il caso delle stazioni termali di Bagno di Romagna), dall’altro ha creato non pochi scontenti andando a segnare in maniera inedelebile una territorio caratterizzato da un ecosistema delicato e di notevole interesse naturalistico. L’analisi fotografica fornisce un ottimo esempio di come le infrastrutture stradali create nel secondo dopoguerra per agevolare l’attraversamento di catene montuose come gli Appennini, abbiano definitivamente trasformato il paesaggio Italiano, e di conseguenza il modo in cui questo paesaggio è percepito, contribuendo ad avvicinare punti geograficamente distanti tra loro ma anche a minimizzare (se non ad annullare) la percezione dello spazio che li separa. Il progetto, iniziato nell'autunno del 2018 è tutt'ora in corso.



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sostenere le montagne
 
Borca di Cadore è una piccola città in provincia di Belluno, in Cadore, nel nord-est d'Italia. Il paese si trova nel mezzo della valle del fiume Boite, a 942 metri sul livello del mare, nelle Dolomiti appena sotto il monte Antelao, lungo la strada che porta alla più rinomata cittadina di Cortina d'Ampezzo, per poi proseguire verso la Germania. Il villaggio ha circa 400 abitanti ma la piccola comunità è purtroppo in declino. La disoccupazione è molto alta e il tasso di suicidi è il più alto nella regione e molti cittadini sperimentano uno stress psicosociale piuttosto che un disagio fisico. La fragile ecologia del luogo implica anche una costante minaccia di smottamenti causati dal continuo sgretolamento delle rocce dolomitiche, che poggiano su strati friabili di marne di Wengen. La regione stessa vive anche un momento descritto dai media locali come "frana demografica", la migrazione dei giovani nelle aree urbane più popolate per studiare e trovare lavoro lasciando gli anziani bloccati sulle montagne. Le fotografie di questo compendio sono state scattate tra l'estate 2015 e l'autunno 2016 come documentazione per lo studio antropologico condotto dalla professoressa Nancy Perini Chin dell'Università di Rochester con le sue assistenti Giulia Perucchio e Marta Talpelli, e ritraggono alcune delle persone che hanno preso parte alla progetto insieme ad alcune vedute del villaggio. Il gruppo di ricerca è stato attivo in questa comunità dal 2012 per esplorare la questione della coesione sociale e il fenomeno della resilienza, un processo di adattamento positivo al cambiamento, promosso e sostenuto attraverso la coesione sociale di una comunità.


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strade senza qualità
 
Strade senza qualità è una riflessione fotografica sull'architettura di Saione, un quartiere popolare di Arezzo (capoluogo di provincia toscano di circa 100.000 abitanti) costruito a partire dalla fine del diciannovesimo secolo a seguito di alcuni cambiamenti urbanistici, volti ad ampliare la circoscritta città d'impianto medievale verso sud, abbattendo parte dell'antica cinta muraria rinascimentale e creando un nuovo impianto viario intorno al preesistente tratto stradale dell'antica via Cassia, verso Roma (oggi via Vittorio Veneto).
Dalla seconda metà degli anni quaranta il quartiere inizierà gradualmente a sviluppare l'aspetto attuale: i caseggiati rurali e qualche villetta in stile Belle Epoque che ancora lasciavano spazio al tessuto prevalentemente agricolo del luogo, cederanno il passo alla costruzione di nuovi edifici in cemento armato che affiancheranno e a volte ingloberanno i vecchi manufatti. Soprattutto tra l'inizio degli anni sessanta e la fine degli anni novanta del ventesimo secolo, gli edifici si moltiplicheranno apparentemente senza una vera e propria idea di urbanizzazione, ma piuttosto sfruttando la bolla immobiliare conseguente alla necessità di creare nuovi alloggi per la popolazione in crescita. Nell'arco di circa cinquant'anni la zona acquisterà dunque quel carattere di periferia popolare sempre in bilico fra degrado e rivalutazione che a tutt'oggi mantiene, in contrapposizione alla super valutazione del centro storico medievale.

Strade piuttosto ampie, incorniciate da un patchwork di facciate dai colori pastello, sono la testimonianza di un'architettura residenziale che potremmo oggi definire come tipica della seconda metà del novecento in Italia.


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fuori Asolo


All’automobilista che arriva da sud, percorrendo l’autostrada fino a Padova seguendo poi la provinciale 248 verso Treviso, Casella d’Asolo potrebbe risultare quasi impercettibile, parte com’è di quel continuum di agglomerati urbani che caratterizza questa zona del Veneto. La frazione si sviluppa in prossimità dell’incrocio con la strada per Asolo, perpendicolarmente alla provinciale, con un misto di edifici in gran parte costruiti negli ultimi cinquant’anni: capannoni industriali e anonime villette, qualche condominio non molto grande, attività commerciali di vario genere, banche e posti auto. La zona è abitata fin dall’epoca romana trovandosi in pratica sul tracciato della vecchia Aurelia. Attualmente vi vivono poco più di tremila persone.
A partire dal 1950 - ha scritto l’architetto e urbanista Giovanni Astengo - abbiamo assistito “a un vero e proprio rifiuto ufficiale della pianificazione urbana (…), non abbiamo realizzato nulla, o quasi nulla da mostrare senza arrossire”. L’unica idea alla base della creazione di luoghi come Casella è stata quella di agevolare l’iniziativa privata, facendola prevalere sull’interesse pubblico. Si è creduto (e forse si continua a farlo) che il motore a scoppio fosse sinonimo di energia vitale e che la campagna andasse manipolata in favore di elementi utili all’industria e al commercio, sacrificando lo scambio culturale, senza creare luoghi destinati all’aggregazione sociale che non fossero legati all’attività lavorativa e abbandonando i centri storici originari.
Durante il mio breve soggiorno a Casella ho indagato il suo tessuto urbano dall’interno, immergendomi tra le sue architetture senza qualità apparente e prediligendo un punto di vista centrale. Ho voluto porre l’accento sulla differente tipologia degli edifici, sulle facciate, sulla la profondità dei volumi e gli spazi verdi rimasti, le trame dei cavi elettrici e le automobili. L’intento è stato quello di mostrare la piccola frazione con una luce il più possibile omogenea che ne esaltasse i dettagli, adottando “un approccio documentario ed estetico” nel tentativo di “dare forma a luoghi dei quali non esistevano immagini”. Una serie di fotografie che servano in particolar modo come documenti utili ad una riflessione, anche in tempi successivi, sopra certe scelte urbanistiche discutibili ma anche indissolubilmente legate all’epoca in cui viviamo, al nostro presente, testimonianza di un momento storico ben definibile.

altre informazioni sul progetto le trovate qui


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how u dey? 


"How u dey?" (che in inglese pidgin significa come stai?) è una raccolta di ritratti raffiguranti 12 ragazzi nigeriani e di alcune interviste/monologo relative alla loro esperienza di migranti, che tentano, attraverso un punto di vista individuale, di umanizzare storie che sempre più spesso subiscono le speculazioni della politica, e si perdono nelle notizie con i grandi numeri delle tragedie. Ritratti e monologhi narrano insieme sogni e illusioni, eventi tragici e aspettative di persone costrette a lasciare il loro paese di origine in cerca di una vita migliore, spesso molto difficile da raggiungere. Il volume contiene 13 fotografie, un'introduzione e 5 interviste. Tutti i testi sono riportati anche in Inglese. Il progetto è stato sviluppato tra marzo e novembre del 2012, all'interno di una struttura di accoglienza nella provincia di Arezzo, in Toscana. Le interviste ed i testi sono a cura di Cesare Baccheschi.

il libro è in vendita qui


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leviatano

 
Quella del Leviatano è una figura che ha esercitato il suo fascino sull'immaginario collettivo per secoli. È nell'Antico Testamento che incontriamo questo mostro marino; nonostante la mancanza di una descrizione precisa, l'etimologia del suo nome ce lo fa immaginare con le caratteristiche di un serpente colossale segno vivente del potere di Dio. Quando Thomas Hobbes, nel 1651, venne a descrivere la genesi del potere statale come un contratto con il quale la società attribuisce il potere di governare a una singola entità, l'immagine che usa è appunto quella del Leviatano: il potere assoluto, totale, terrificante, che tuttavia è la garanzia di una società stabile e pacifica, il risultato della convergenza di innumerevoli persone in un unico corpo. 



Nella serie di immagini proposta, al di là di questo uso filosofico, il Leviatano è il colosso, l'enorme, a volte complessa struttura, soprattutto dal punto di vista architettonico e ingegneristico, metafora della volontà dell'uomo di manipolare la natura, scavalcare gli ostacoli che pone, spesso senza considerare il mantenimento di un equilibrio fondamentale. 

Le immagini, scattate con una macchina a grande formato, vogliono isolare le costruzioni dal contesto nel quale sono poste per enfatizzarne la forma massiccia e pesante, mantenendo comunque un valore estetico nel tentativo di focalizare l'attenzione dell'osservatore sulla fascinazione che, nel bene e nel male, certi manufatti continuano ad esercitare.


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schlaflose nächte
 
Nel 2003, stanco della vita di provincia, lasciai il lavoro che avevo nella mia città natale e a 25 anni decisi di trasferirmi a Berlino. Come capita a molti italiani emigrati nei paesi nord europei o negli Stati Uniti, trovai lavoro come bartender in un ristorante italiano. Lavoravo quasi tutti i giorni dalla sera fino alle due del mattino e il mio tempo libero si riduceva alle ore notturne dopo il lavoro : questo è il diario per immagini delle mie notti berlinesi. 
 
© Giorgio Bagnarelli 2015. Powered by Blogger.